SCHEDE:
(in ordine di data dalla più recente)
- I Fiori di Bach - I Legumi - Il sapone fatto in casa - Il Balsamo per capelli - Il Tempeh - La Macrobiotica - L'Olio di oliva - Il miele - L'Alchimia (II e ultima parte) - L'Alchimia (I parte) - La soia e le sue numerosissime proprietà - Le Herbarie
Edward Bach (1886-1936), immunologo e microbiologo, ha dato preziosi contributi alla medicina naturale e all'omeopatia. Secondo il pensiero di Bach, che può essere definito il padre della Floriterapia, il vero guaritore è dentro di noi e, per tale motivo, centrale dev'essere il paziente e non la malattia. L'andamento di quest'ultima, infatti, deriverebbe dal grado di reattività e dalla capacità di adattamento dell'organismo nella sua intierezza fisica e psichica. Sempre secondo Bach, la floriterapia deve essere semplice e accessibile a tutti, in quanto tutti potrebbero sviluppare la sensibilità necessaria per effettuare l’auto-diagnosi e l’auto-pratica. Inoltre la cura dovrebbe avere carattere preventivo e non avere effetti collaterali. Alla base della floriterapia di Bach è il principio secondo cui i sintomi fisici di ogni malattia deriverebbero da disturbi psicologici. Ed è su tali disturbi e sulla loro conoscenza che deve basarsi la terapia. In sostanza, il singolo fiore andrebbe a "guarire"il disturbo psicologico da cui originerebbe la malattia. Sulla base di tali principi sono stati distinti 38 "tipi comportamentali" di base, ai quali corrisponderebbero 37 fiori e un’acqua di fonte, la cui energia sarebbe in grado di curare l’organismo per riportarlo in armonia. In tal modo i sintomi tenderebbero a regredire. I primissimi fiori scoperti da Bach furono i cosiddetti "12 Guaritori", che il medico gallese iniziò subito a sperimentare sui suoi pazienti; gli altri 26 vennero scoperti poco tempo dopo. Bach si spense il giorno dopo aver scoperto il trentottesimo rimedio floreale e averlo sistematizzato accanto agli altri. Molto sinteticamente possiamo effettuare la seguente classificazione.
I "12 guaritori": Agrimony, per chi nasconde ansia e tormento dietro gaiezza e cortesia; Centaury, per chi, debole e ansioso di piacere, viene sfruttato dagli altri; Chicory, per chi è possessivo e si ricatta gli altri perché stiano con lui; Rock Rose, per chi è preso da grande paura e panico; Gentiam, per chi si abbandona al pessimismo, si scoraggia e si deprime per motivi sconosciuti. Mimulus, per chi ha paura delle cose del mondo; Impatiens, per chi è impaziente e non sopporta interferenze nel suo ritmo; Cerato, per chi non ha fiducia in sé e chiede continuamente consiglio; Scleranthus, per chi è indeciso tra due vie e si abbandona all'insicurezza; Vervain, per chi si lascia trasportare troppo dall'entusiasmo e dal fanatismo; Water Violet, per chi è orgoglioso e ama stare da solo; Clematis, per chi sogna ad occhi aperti, è indifferente alla vita e fugge dalla realtà.
I "7 aiuti": Rock Water (acqua di roccia), per chi si autoreprime e finge rigidità morale per essere d'esempio; Wild Oat, per chi è scontento o insicuro sul ruolo da svolgere nella vita; Heather, per chi odia la solitudine e attacca bottone usando gli altri; Gorse, per chi prova grande disperazione e si sente senza speranza; Olive, per chi è completamente esausto a causa dello stress o della fatica mentale; Oak, per chi lotta contro le difficoltà ma senza la speranza di farcela; Vine, per chi prova desiderio e ambizione di dominare inflessibilmente sugli altri.
I "19 assistenti": Holly, per chi ha sfiducia nel prossimo, prova invidia e odio; Honeysuckle, per chi si rifugia nella nostalgia del passato, ricordando solo le cose belle; Hornbeam, per chi si sente stanco, debole e dubita delle sue capacità di fronte ad un problema; White Chestnut, per chi ha pensieri e preoccupazioni costanti e indesiderati; Sweet Chestnut, per chi prova un'angoscia estrema, una disperazione con coraggio, però, che non tende al suicidio; Red Chestnut, per chi prova apprensione per gli altri e si aspetta sempre il peggio; Beech, per chi è intollerante, polemico e arrogante; Chestnut Bud, per chi ripete sempre gli stessi errori e non vuole crescere; Larch, per chi ha paura di fallire ed è affetto da complessi di inferiorità; Crab Apple, per chi si sente sporco, nel corpo o nella mente; Cherry Plum, per chi ha paura di perdere la ragione; Walnut, per chi deve affrontare grandi cambiamenti (es. pubertà, menopausa, vecchiaia); Elm, per chi si sente momentaneamente sommerso di responsabilità; Pine, per chi tende a caricare su di sè anche le colpe altrui; Aspen, per chi ha paura di cose vaghe, indistinte, e senza motivo; Wild Rose, per chi si abbandona alla rassegnazione e all'apatia; Willow, per chi prova amarezza e risentimento; Mustard, per chi è ammalato di depressione, anche passeggera; Star of Bethlehem, per chi ha provato ogni tipo di shock o dolore fisico, mentale ed emotivo.
SUDDIVISIONE SECONDO GLI STATI D'ANIMO Per la paura: Rock Rose, Mimolus, Cherry Plum, Aspen, Red Chestnut Per l'incertezza: Cerato, Scleranthus, Genziam, Gorse, Hornbeam,Wild Oat. Per lo scarso interesse verso le circostanze attuali: Clematis, Honeysuckle, Wild Rose, Olive, White Chestnut, Mustard, Chestnut Bud Per la solitudine: Water Violet, Impatiens, Heater Per l'ipersensibilità alle influenze e alle idee: Agrimony, Centaury, Walnut, Holly Per l'avvilimento e la disperazione: Larch, Pine, Elm, Sweet Chestnut, Star of Betlehem, Willow, Oak, Crab Apple Per l'eccessiva preoccupazione del benessere altrui: Cicory, Vervein, Vine, Beech, Rock Rose.
RESCUE REMEDY Il Rescue Remedy, o rimedio d'emergenza, è una miscela di cinque fiori utile in caso di fortissimi stress psico-fisici, esperienze forti, situazioni di improvvisa e grande tensione, crisi di consapevolezza o di panico. La miscela di fiori è la seguente:
Star of Betlehem, contro lo shock improvviso; Rock Rose, contro il panico o il terrore; Impatiens, per riportare la calma; Clematis, contro la tendenza a cedere, la sensazione di allontanamento appena prima di svenire; Cherry Plum, contro la paura di perdere il controllo, di andar fuori di testa.
Al Rescue Remedy tradizionale si possono aggiungere, all'occasione, alcuni fiori. Per esempio:
Helm, quando il fisico non si riprende (svenimenti); Walnut, per adattarsi a situazioni che mettono a disagio ma nelle quali bisogna stare per forza; Sweet Chestnut, in caso di un lutto, di una perdita; Scleranthus (e Walnut), per chi ha problemi con i viaggi in generale (paura di volare, mal d'auto etc..)
PREPARAZIONE DEI FIORI DI BACH Preparare i fiori di Bach è relativamente semplice, e il metodo con cui oggi si estraggono le essenze dai fiori è ancora quello tramandato dal medico stesso. Ci sono due metodi che Bach scelse nella preparazione dei suoi rimedi. Quello del sole e quello della bollitura. I dodici guaritori e i sette aiuti si preparano col primo sistema, mentre i diciannove assistenti con il secondo. Il primo metodo, quello del "sole" è molto semplice. Intanto è necessario lavorare in una giornata calda e soleggiata, ovviamente nel periodo di fioritura della pianta che vi interessa. I fiori vanno raccolti sul posto, senza essere toccati con le mani, e non devono essere bagnati dalla rugiada. Recidendoli con delle forbici, si fanno cadere i boccioli in un recipiente di vetro fine da 300 ml, riempito di acqua pura, avendo cura di non immergerli completamente, ma solo per metà, e di coprire con essi la superficie della bacinella. Quindi si lasciano marcire al sole per 5/6 ore (in Italia, dove il sole è più caldo rispetto al Galles, ne bastano 4); in questo modo il sole trasferirebbe la vibrazione propria del fiore all'acqua sottostante. Terminato tale periodo, si filtra l'acqua colorata dai fiori con un filtro di carta in una bottiglia da 1 lt. e si allunga con una pari dose di cognac (o brandy). Questo composto è chiamato tintura madre dei Fiori di Bach. Per quanto riguarda Rock Water, il procedimento è un po' differente. Trattandosi infatti di semplice acqua di una fonte rocciosa, basta raccogliere quest'acqua nel solito contenitore (senza toccarla con le mani), lasciarla per quattro ore al sole e poi allungarla con il cognac, come prima descritto. Il secondo metodo, ossia quello della "bollitura", è più veloce. Raccolti i fiori con la stessa metodologia, si portano a casa, dove dovranno essere posti in una pentola di metallo porcellanato, all'incirca nella stessa quantità del primo metodo ma con più acqua, 1,5 lt. Lasciati bollire per circa 30 minuti, si lascerà raffreddare la tintura così ottenuta, aggiungendo poi all'acqua filtrata lo stesso quantitativo di cognac (o brandy). USO DEI FIORI DI BACH In commercio solitamente si trovano le boccette con la tintura amdre del fiore da 7,5ml, 10ml o 20ml. A partire da queste si otterrà la bottiglia da assumere quotidianamente. Per farlo basta prendere una boccetta da 30ml (preferibilmente dotata di contagocce) che si riempirà per due terzi di acqua e per un terzo di brandy, cognac o aceto di mele (sostanze che hanno la funzione di conservare e di stabilizzare la diluizione). A questo preparato si andranno ad aggiungere due gocce per ogni fiore che si desidera utilizzare. Bach sconsigliava di andare oltre i sette fiori per boccetta, ma esistono anche terapisti che prescrivono quantità più ingenti, fino ad un massimo di dodici fiori per diluizione. Si assumeranno quotidianamente quattro gocce, in quattro momenti della giornata: quattro gocce al mattino a stomaco vuoto, quattro a metà mattina (almeno mezz'ora prima del pranzo), quattro nel pomeriggio e quattro prima di coricarsi. Non è necessario che gli orari siano sempre gli stessi, anche se quest'ultima ipotesi è consigliata (soprattutto per quanto riguarda la prima e l'ultima assunzione). I fiori possono essere tenuti sotto la lingua qualche secondo oppure deglutiti direttamente; non contenendo, infatti, alcun principio attivo chimico, non è necessario che il fiore entri nella circolazione sanguigna per essere efficace. I fiori, sia le tinture e sia le diluizioni, vanno tenuti assolutamente lontani almeno un metro da fonti di campi elettromagnetici e microonde, anche se spenti (cellulari, computer, forni a microonde, radiosveglie); questo tipo di onde, infatti, disturberebbero la vibrazione propria del fiore, rendendolo inutile.
Un tempo sottovalutati, i legumi rappresentano una preziosa fonte di proteine vegetali e di ferro, e costituiscono la base dell'alimentazione di molti popoli centroamericani, asiatici e mediterranei. In epoca precolombiana, l'alimentazione degli indigeni americani si basava su fagioli e granturco, ossia legumi e cereali. Questo fu essenzialmente dovuto a una ragione pratica: se coltivate insieme, la pianta del fagiolo tendeva ad attorcigliarsi attorno ai resistenti fusti della pianta di granturco. Senza saperlo, gli indios avevano scoperto ciò che oggi la scienza sa con certezza: da un punto di vista nutrizionale, le proteine dei legumi e quelle dei cereali si integrano perfettamente le une con le altre. Infatti, i loro aminoacidi si completano vicendevolmente: la metionina, di cui i legumi sono privi, è fortemente presente nei cereali; questi ultimi sono invece poveri di lisina, che abbonda invece nei legumi. Ciò significa che il consumo di legumi e cereali insieme fornisce al nostro organismo tutti gli aminoacidi di cui esso ha bisogno, con il vantaggio, rispetto agli alimenti di origine animale, di apportare pochi grassi e di non produrre colesterolo. Come accennato, i legumi rappresentano la principale fonte di proteine di origine vegetale. Si pensi che la percentuale di proteine, a seconda del tipo di legume considerato, varia tra il 20 e il 30%. La soia fa anche di meglio, raggiungendo quasi il 37%. Nessun altro alimento è così ricco di proteine. Va sottolineato, inoltre, che tali proteine contengono quasi tutti gli aminoacidi essenziali, peraltro nella proporzione ottimale. Fa eccezione la metionina, di cui i legumi sono poveri. Ma il consumo, nello stesso pasto o nello stesso giorno, anche di cereali colma tale lacuna e aumenta il valore biologico delle proteine apportate, migliorandone la qualità. I legumi sono anche ricchi di vitamine, in particolare B1, B2, B6, niacina e folati, e minerali, specialmente il ferro (circa due o tre volte quello presente nella carne). Va precisato però che si tratta di ferro non emoglobinico, meno assimilabile dall'organismo rispetto a quello emoglobinico della carne. Ma il consumo di vitamina C nello stesso pasto consente di aumentarne l'assimilazione portandola al livello ottimale. Rilevante è anche il contenuto in fibre, che oscilla tra il 15 e il 30% a seconda del legume considerato. I cereali integrali ne contengono una quantità minore. La fibra dei legumi risulta inoltre maggiormente solubile e con migliori proprietà anticolesterolo rispetto alla fibra di crusca. Oltre a quelli di tipo nutritivo, di cui abbiamo già parlato, i legumi si caratterizzano anche per altri tipi di vantaggi. Tre su tutti: economici, ecologici e di salute. Relativamente ai primi due, i costi di produzione e di acquisto dei legumi sono inferiori a quelli della carne ma il loro valore nutritivo (calorie, proteine, vitamine, minerali) è sensibilmente superiore. In altri termini, un ettaro di terreno coltivato a legumi ha una resa nutritiva molto maggiore rispetto alla stessa quantità di terreno destinata ad allevamento di animali da latte o da macello. E, dall'altra parte, il bilancio familiare beneficerebbe di un acquisto di maggiori quantità di legumi a scapito della carne. Da un punto di vista salutistico, infine, numerose ricerche hanno dimostrato che i legumi espletano, tra le altre, un'efficace azione anticolesterolo e antidiabete, ostacolando anche la stitichezza grazie al loro contenuto in fibre. Ma, come ogni altro alimento, anche i legumi presentano alcuni svantaggi. Innanzitutto non possono essere mangiati crudi, data la presenza di sostanze tossiche che l'ammollo e la cottura distruggono. Inoltre, per il loro contenuto di purine (che si trasformano in acido urico nell'organismo) sono sconsigliati in caso di eccesso di acido urico o di gotta. E ovviamente, non possono essere consumati da chi soffre di specifiche intolleranze alimentari.
IL SAPONE FATTO IN CASA, UN’ALTERNATIVA NATURALE Cinquantadue milioni di litri di bagno-schiuma e 350mila tonnellate di detersivi per lavatrici; bastano due dati a far capire quanto sia ricco, in Italia, il mercato del pulito | |  | A trainare l’espansione dei consumi, in questo settore, è stato non soltanto un rinnovato interesse verso la cura del proprio corpo e del proprio ambiente ma soprattutto il notevole investimento pubblicitario che le multinazionali del pulito hanno messo in campo senza badare a spese. Per capirlo basta guardarsi attorno. Detersivi e detergenti – i primi per la casa, i secondi per il nostro corpo – sono diventati coloratissimi, profumatissimi e, ci dicono i loro produttori, anche più "intelligenti". Ma la sostanza – cioè quello di cui sono fatti – è rimasta la stessa. Tensioattivi, sequestranti, sbiancanti ottici, viscosizzanti, composti profumanti, pigmenti sintetici e addirittura, in alcuni saponi solidi da bucato, scarti dell’industria della carne sono tra gli ingredienti ritenuti "normali e indispensabili" nella fabbricazione dei detergenti commerciali. L’alternativa a questi prodotti artificiali e allo strapotere delle poche multinazionali che monopolizzano il mercato, però esiste e passa attraverso il recupero di un’arte tanto antica quanto semplice: la saponificazione naturale. Fare il sapone in casa, partendo dai suoi ingredienti di base, è molto più facile di quello che si può pensare e permette di scegliere personalmente cosa mettersi sulla pelle. Gli oli e i grassi sono la base fondamentale per la produzione casalinga del sapone; scoprirli e usarli è una straordinaria lezione pratica di biodiversità. Le sostanze oleose vengono estratte dai semi delle piante, cioè dall’elemento primario attraverso il quale il regno vegetale si rigenera e si moltiplica. Esistono oli estratti dalla "mandorla" delle albicocche, dagli avocado, dai falsi frutti delle rose, dai minuscoli semi della boraggine, dalle bacche dell’arbusto del jojoba, dalla crusca del riso, dal germe del grano, dai "bruscolini" delle zucche, dalle olive, dai frutti delle palme o dalla polpa delle noci di cocco. Nella preparazione del sapone naturale gli oli e i grassi vengono scelti in base alle loro caratteristiche e il dosaggio è deciso in modo da lasciarne una parte intatta nel prodotto finale. La saponificazione casalinga permette poi di conservare nel prodotto finito la glicerina che nasce come "sottoprodotto" della reazione dei grassi; questo elemento rende il sapone molto plastico e gentile con la pelle. La materia grassa viene trasformata in sapone – cioè in uno speciale tipo di sale – dall’azione della soda caustica, diluita in un liquido che può essere acqua ma anche latte, succo di frutta o di verdura, infuso d’erbe e persino birra sgasata. La soda è un ingrediente fondamentale del sapone naturale ma sparisce del tutto durante la reazione con i grassi; questo significa che non può esistere sapone naturale senza la soda caustica ma che nessun sapone finito ne contiene. Maneggiare la soda richiede una certa cautela e una piccola dose di esperienza che si può acquisire attraverso le informazioni diffuse su internet tra i membri della soap-community italiana. Il sapone naturale si profuma con gli oli essenziali e si colora con le spezie oppure con gli infusi di alcune piante tintorie come l’henné, l’alcanna o i semi di anatto. Al sapone inoltre si possono aggiungere - per migliorarne l’aspetto e la durata o per esaltarne le proprietà - erbe officinali, miele, argille cosmetiche, farine biologiche, alghe, tuorlo d’uovo, frutta e verdura frullata, fibre di seta o yogurt. La procedura per prepararlo è molto semplice e le attrezzature di una qualsiasi cucina sono più che sufficienti per iniziare. L’unica cautela da adottare è quella nei confronti della soda caustica e delle sue soluzioni che vanno sempre maneggiate con molta attenzione; un "mini-kit" con guanti da cucina in gomma, una mascherina per coprire il naso e occhialini da piscina per proteggere gli occhi è quanto richiesto prima di darsi alla preparazione del sapone. Il metodo consigliato ai principianti è quello a freddo che sfrutta unicamente il calore naturale prodotto dalla reazione chimica tra la soda e i grassi. Non essendo richiesta "cottura", la procedura di preparazione è molto semplice e veloce: in un’ora si può preparare un chilo di sapone, sufficiente a garantire la scorta di una normale famiglia per qualche mese. Imparando a dosare la soda caustica e a combinare gli ingredienti si possono creare sia saponi per lavarsi, sia saponi da bucato e per la casa. I detergenti naturali infatti possono tranquillamente sostituire buona parte dei prodotti commerciali. Prima di iniziare a far sapone è consigliato informarsi e imparare la procedura del metodo a freddo o seguendo un corso oppure scaricando da internet il materiale necessario e le ricette più facili per iniziare. LA COMUNITA’ ITALIANA DEL SAPONE Internet è il grande punto di incontro per tutti coloro che, in Italia, condividono la passione per il sapone naturale. Il sito di riferimento è www.ilmiosapone.it, una piattaforma nata nel 2001 nella quale si possono trovare tutte le istruzioni per fare il sapone in casa e tante informazioni utili sulla cosmesi naturale. Il sito è uno dei nodi della rete mondiale dei saponieri che conta ormai centinaia di adepti soprattutto nel Nord Europa, negli Stati Uniti, in Australia e Nuova Zelanda. Al sito è collegata una mailing list – http://groups.yahoo.com/group/sapone - dove si ritrovano attualmente gli oltre ottocento saponai italiani. (Per gentile concessione di Patrizia Garzena) |
Il balsamo per capelli ("condizionante" per gli anglosassoni) è un prodotto per la cura dei capelli in grado di aumentarne la consistenza. L'eccessiva asportazione di sebo causata dallo shampoo, rende necessario l'utilizzo di un balsamo: a quest'utlimo, in sostanza, si chiede di espletare le funzioni positive del sebo naturale. La sostanza più frequentemente utilizzata nei balsami convenzionali è il silicone. L'utilizzo di detergenti più o meno aggressivi danneggia il capello e il cuoio capelluto. Il balsamo aiuta a ridurre questi effetti negativi aumentando la trattabilità del capello e diminuendone la elettricità statica. Il balsamo, inoltre, aumenta l'aderenza della cuticola al fusto contribuendo a mantenere la corretta struttura a strati sovrapposti. Tra i costituenti dei balsami ricordiamo i detergenti cationici. Essi sono carichi positivamente e neutralizzano pertanto la carica anionica del capello. Inoltre, aumentano notevolmente l'aderenza della cuticola al fusto e dunque la lucentezza del capello, risultando quindi utili nel trattamento di capelli sottoposti a frequenti tinture. Accanto ai detergenti cationici, ricordiamo gli agenti filmogeni, che si trovano negli spray per capelli, e gli agenti proteici, derivati principalmente dal collagene. Questi ultimi hanno la capacità di penetrare nel capello rinforzandolo. Esistono balsami cosiddetti "istantanei" e balsami la cui efficacia si espleta solo se tenuti sui capelli un certo tempo (cd. "leave on"). La differenza tra le due tipologie risiede, oltreché nel tempo di applicazione, anche nella concentrazione di principi attivi. I condizionanti istantanei raramente danno reazioni allergiche, le quali sono più frequenti con i condizionanti leave-on, che sono a base di polimeri potenzialmente impuri. Esistono poi i condizionanti cosiddetti "leave in", ossia quelli che vengono applicati sul capello prima del processo di asciugatura. Questi contengono in genere oli minerali, oli vegetali e silicone. Va infine detto che in commercio si trovano anche particolari condizionanti che vengono utililizzati per capelli normali o grassi e che hanno lo scopo di rimuovere i residui di calcio e magnesio. Non è infrequente trovare nella composizione di un balsamo anche sostanze fotoprotettrici per prevenire i posibili danni a cui va incontro il capello in seguito alla irradiazione con la fotoossidazione della melanina (nei bruni) e il foto"yellowing" nei biondi. Questo fenomeno è dovuto alla degradazione della cistina, della tirosina e del triptofano del bulbo del capello. Gli ingredienti principali dei balsami si differenziano in base al tipo di balsamo e alla funzionalità che esso espleta. Possiamo distinguere tra: Idratanti, il cui compito è quello di mantenere il giusto grado di idratazione dei capelli. Di solito questi balsami contengono un'alta percentuale di umettanti. Ricostituenti, contengono di solito proteine idrolizzate. La loro funzione è quella di penetrare nel capello e rafforzarne la struttura; Acidificanti, regolatori di aciditòà in grado di agire sul Ph; Protettori termici, di solito polimeri in grado di assorbire il calore proteggendo i capelli dai danni derivanti a esempio dall'uso del phon; Emollienti, sostanze chimiche che riflettono la luce e si legano alla superficie del capello; Oli (Acidi grassi essenziali), che espletano l'azione positiva del sebo, dimostrandosi utili dunque per i capelli secchi; Tensioattivi, sostanze lavanti che possono essere di derivazione petrolchimica o anche vegetale. Ovviamente le seconde sono da preferire.
DEFINIZIONE E APPLICAZIONI IN CUCINA Il Tempeh è un alimento fermentato molto popolare in Indonesia ricavato dai fagioli di soia gialla. E' simile al Tofu ma differente nei valori nutrizionali e nel processo di lavorazione. Il Tempeh va conservato in acqua salata e viene spesso preparato tagliato a fette, cucinato con salse piccanti, al vapore o fritto. Viene inoltre utilizzato per accompagnare pasta o riso, come ingrediente di sughi o per farcire panini. Ha un sapore intenso, una combinazione di noci e funghi. PREPARAZIONE DEL TEMPEH La preparazione del Tempeh prevede che i fagioli di soia gialla vengano ammorbiditi, ridotti in poltiglia e cotti parzialmente. Successivamente si aggiunge un composto acidificante (in genere aceto) e un fungo fermentante (Rhizopus oligosoporus). Il preparato viene poi disteso elasciato fermentare a una temperatura di 30 gradi per circa 24 ore. Durante il processo di fermentazione possono formarsi sulla superficie macchie nere o grigie di spore che non alterano il sapore e la qualità del prodotto. Come possibile effetto della fermentazione è possibile che si percepisca un leggero odore di ammoniaca, odore che però non deve risultare eccessivo. CAPACITA' NUTRIZIONALI Le proteine della soia divengono più digeribili se sottoposte a un processo di fermentazione. In particolare, gli oligosaccaridi associati alla formazione di gas intestinali o alle indigestioni vengono drasticamente ridotti grazie al contributo delle colture di Rhizopus. Nei Tempeh tradizionali lo starter, coltura batterica che attiva il processo di fermentazione, contiene altri batteri (non patogeni) che producono vitamine, a esempio la B12. Il Tempeh è una buona sorgente di fibre ed è un possibile sostituto della carne. VARIAZIONI Vi sono altri tipi di Tempeh prodotto con diversi tipi di fagioli di soia, anche miscelati con il grano. Nell'isola di Giava si produce per esempio il Tempeh Bongkrek, varietà preparata con la noce di cocco. Questo tipo di Tempeh occasionalmente viene contaminato dal batterio Burkholderia cocovenans, un organismo indesiderato che produce tossine: l'acido bongkrek e la toxofavina. In particolare, il primo possiede un'attività antibiotica che causa la distruzione dei funghi Rhizopus. La vendita di questo tipo di Tempeh è vietata ma prospera il commercio clandestino per via del suo elevato valore culinario. PROPRIETA' Come il Tofu, il Tempeh è un alimento di sola origine vegetale. Per tale motivo esso risulta molto utilizzato dai vegetariani e dai vegani. Essendo fermentato è facilmente digeribile. Il Tempeh, inoltre, contiene più proteine rispetto alla carne ed è ricco di acidi grassi essenziali, calcio, ferro e vitamine del gruppo B, inclusa la B12. E' ricco di Omega 3 e fornisce i fitoestrogeni della soia, i quali stanno dimostrando un ruolo fattivo nella prevenzione del cancro. Povero di sodio e di zuccehri, il Tempeh non è controindicato agli ipertesi e ai diabetici e ha una funzione antibatterica e antibiotica che gli deriva dell'azione della muffa. Inoltre è ricco di fibre, che aiutano le funzioni digestive e intestinali. 100 grammi di Tempeh apportano circa 200 Kcal.
DEFINIZIONE E PRINCIPI La Macrobiotica è una filosofia di vita basata su un determinato tipo di regime alimentare. I sostenitori della Macrobiotica propongono un federalismo mondiale fondato su una cultura pacifista e basato su una migliorata salute fisica e spirituale. Questo risultato si raggiungerebbe attraverso uno stile di vita più sano ed equilibrato, fondato sulla regolarizzazione della respirazione, pratiche yoga ed esercizio fisico moderato. Il tutto accompagnato da una dieta incentrata su cibi biologici e integrali, con una forte predominanza degli alimenti vegetali su quelli di derivazione animale. Alla base di questa dieta ci sono i cereali completi, specialmente in forma di chicco come il riso, che devono essere presenti in ogni pasto, seguiti da verdure, leguminose, frutta, alghe, semi, noci, e similari. ORIGINI DELLA MACROBIOTICA Il termine Macrobiotica (dal greco macros-grande, bios-vita, ossia longevità) fu adottato per primo dall'igienista tedesco Gregor Von Hufeland nel 1700. La notorietà del termine ai tempi nostri è però dovuta a Georges Ohsawa, nome d'arte di Sakurazawa Yojijii (Tokio 1889-1966), prolifico scrittore che contribuì moltissimo alla diffusione di tradizioni orientali quali l'arte del tè, l'arte del bonsai, il judo, l'agopuntura e la mnedicina tradizionale cino-giapponese. La Macrobiotica, diffusasi in Giappone, India, Europa e Americhe grazie a personaggi come Ohsawa Georges e Lima, Kushi, Muramoto, Aihara, Lèvy, Rivière, de Langre, Dufty, Tara e molti altri (Ferro Ledvinka, Carlo Guglielmo e Roberto Marrocchesi in Italia), è stata la grande antenata di movimenti quali a esempio l'ecologismo, il vegetarismo e i principi dell'agricoltura biologica. Questo primo movimento di cultura "alternativa" non ha però saputo mantenere nel tempo il suo primato, perdendo via via quella spinta propulsiva e di novità che l'aveva caratterizzato fin dalla nascita. LA MACROBIOTICA MODERNA I principi della Macrobiotica moderna si fondano ancora sul regime alimentare di cui sopra e, secondo alcuni, costituisce addirittura una valida risposta, non solo preventiva ma anche terapeutica, alle moderne malattie degenerative. C'è da dire però che prove scientifiche in tal senso ancora non sono state prodotte. Certo è che una pratica elastica del regime alimentare macrobiotico può produrre benefici di vario tipo: dalla perdita di peso, al miglioramento dell'elasticità dei tessuti fino alla riduzione del rischio di contrarre malattie degenerative quali a esempio il cancro. Ma la Macrobiotica, come già detto, non è solo un regime alimentare bensì una filosofia di vita. Si tratta della riscoperta di se stessi in senso socratico e non cartesiano, e quasi tutti coloro che hanno aderito a questo nuovo stile di vita sostengono che "ne è valsa la pena". Secondo costoro, infatti, la modifica dell'alimentazione verso un maggiore consumo di cereali condurrebbe a una società di individui migliori, più pacifici ed equlibrati, solidali e meno individualisti. La visione olistica del mondo abbracciata dalla Macrobiotica è quella orientale dello Yin e dello Yang, ossia le due forze opposte e complentari che governano ogni aspetto della vita e della natura. Lo Yin rappresenta la forza e l'energia che produce espansione (a esempio acqua e aria). Lo Yang rappresenta invece la forza o l'energia che produce coesione. Per concludere, la Macrobiotica non è solo un regime dietetico o una filosofia di vita, piuttosto è ma una visione del mondo che pone al suo centro il rispetto della vita e propone una via verso la pace, la salute e la giustizia sociale.
CHE COS'E' L'olio di oliva è un olio alimentare prodotto dalla spremitura delle olive. Esso infatti deriva dal frutto (drupa) dell'albero di olivo, originario del bacino del Mediterraneo. In Italia, esistono ben 395 "cultivar" (varietà) di olive, di cui 33 nella sola Toscana. Tra le varietà più note possiamo citare: "Leccino" "Frantoio" "Moraiolo" e "Coratina".
RACCOLTA DELLE OLIVE Le olive sono tradizionalmente raccolte battendo le fronde con bastoni di legno, in modo da provocare la caduta dei frutti. Una tecnica più moderna prevede invece l'utilizzo di speciali macchinari che, scuotendo i rami della pianta, determinano la caduta delle olive. La raccolta a mano con appositi pettini è ancora praticata in molte zone della Puglia, Sicilia, Abruzzo e in Sabina. Questa tecnica, certamente più faticosa e più lenta, consente però di raccogliere frutti integri e al giusto grado di maturazione, elementi fondamentali per ottenere un olio extra vergine fragrante e privo di odori sgradevoli. Non meno importante per ottenere un buon prodotto è il metodo di stoccaggio delle olive. L'ideale è che vengano raccolte, stoccate in apposite cassette di plastica areate, conservate lontano da fonti di calore e frante entro 24 ore dalla raccolta. Questo ne impedisce la fermentazione, elemento che potrebbe dare origine a difetti importanti, quali a esempio la formazione di muffa.
ESTRAZIONE DELL'OLIO La produzione dell'olio d'oliva di maggiore importanza si basa su processi di estrazione esclusivamente meccanici. In base al processo utilizzato si distinguono gli oli “vergini”, ossia quelli ottenuti tramite processi solo meccanici, da quelli ottenuti mediante processi basati su metodi fisici e chimici (oli di semi, oli di oliva rettificati e raffinati, oli di sansa). Va però detto che le normative e gli standard di qualità stabiliscono che un olio di oliva possa essere definito "vergine" solo se per la sua produzione siano stati impiegati esclusivamente metodi meccanici. Le linee di lavorazione nell'estrazione meccanica differiscono per i metodi usati nelle singole fasi, pertanto esistono differenti tipologie d'impianto. Oltre che per le caratteristiche tecniche, gli impianti differiscono in modo marcato per la capacità e l'organizzazione del lavoro, il livello di meccanizzazione, la resa qualitativa e quantitativa, i costi di produzione. In generale, la linea di produzione di un oleificio comprende 5 fasi fondamentali:
- Operazioni preliminari - Molitura - Estrazione del mosto d'olio - Separazione dell'olio dall'acqua - Stoccaggio, chiarificazione e imbottigliamento.
OLIO DI SANSA Dalla sansa, ossia da ciò che resta dopo l'estrazione, è possibile ottenere ancora dell'olio residuo (dal 3% al 6% a seconda del tipo di frantoio). Quest'olio viene estratto industrialmente nei cosiddetti "sansifici" attraverso l'utilizzo di solventi chimici. Il prodotto così ottenuto, detto "olio di sansa grezzo", non è però commestibile. Attraverso un processo di raffinazione, durante il quale esso viene "deodorato", "decolorato" e "deacidificato", si ricava "l'olio di sansa d'oliva rettificato", che però ancora non è commestibile. Solo dopo l'aggiunta di una percentuale di olio di oliva vergine esso diviene commestibile e assume la denominazione di "olio di sansa di oliva".
UTILIZZI DELL’OLIO DI OLIVA L'olio di oliva è utilizzato soprattutto in cucina, principalmente nelle varietà extravergine e vergine, per condire insalate, insaporire alimenti, conservare verdure in barattolo e, poiché ha un elevato punto di fumo, risulta molto adatto per friggere. Ricco di acidi grassi monoinsaturi, si caratterizza per la presenza di sostanze antiossidanti (fenoli e tocoferoli equivalente alla vitamina E) che hanno la capacità di combattere il colesterolo. Il sapore dell'olio può variare molto a seconda delle varietà di olive da cui è prodotto, luogo di produzione, grado di maturazione, modalità di raccolta del frutto, etc.. Oltre all'utilizzo di tipo alimentare, l'olio di oliva trova larghissimo impiego anche in campo cosmetico e nella produzione di sapone. Un tempo si usava anche come farmaco e come combustibile per le lampade a olio.
LA STORIA La parola miele sembra derivare dall'ittita melit. Da un punto di vista storico le prime tracce di arnie costruite dall'uomo possono essere fatte risalire al sesto millenio a.c.. Esistono tracce evidenti che testimoniano che i già nel 4000 a.c. gli apicoltori egiziani si spostavano lungo il corso del Nilo per seguire con le proprie arnie la fioritura delle piante. E sempre in antico Egitto il miele veniva anche utilizzato per preparare unguenti da applicare su piaghe e ferite. I sumeri, a loro volta, utilizzavano questo dolce alimento in campo cosmetico per preparare creme con argilla, acqua e olio di cedro. I babilonesi, invece, ne prediligevano un uso culinario. I greci consideravano il miele cibo degli dei e dunque lo utilizzavano nei frequenti riti che prevedevano offerte votive. I romani furono invece grandi importatori di miele da Creta, Cipro, Spagna e Malta, la quale pare debba a questo dolcificante anche il proprio nome (Meilat, ossia terra del miele). L'utilizzo principale che ne veniva fatto era come dolcificante e conservante alimentare. COME NASCE Il miele deriva dalla trasformazione biochimica del nettare. Il ciclo è più o meno il seguente. Le api bottinatrici raccolgono il nettare dai fiori e lo passano alle api magazziniere. Il nettare viene passato da un'ape all'altra e ciascuna lo rigurgita, arricchendolo di sostanze nutritive importanti. Man mano che l'acqua diminuisce e aumenta lo zucchero, la sostanza si trasforma in miele. A questo punto le api depositano il miele negli alveoli dell'arnia e cominciano a sbattere le ali per assicurare una buona ventilazione e, al contempo, eliminare la residua acqua in eccesso. Terminato tale processo gli alveoli vengono sigillati con la cera (opercolatura) per assicurare una buona conservazione ed evitare rischi di fermentazione. PROPRIETA' E PRINCIPI NUTRITIVI La composizione del miele dipende principalemente dalla composizione dei nettari dai quali deriva e da altri fattori. Fattori esterni che incidono sulla qualità e sulla composizione di questo dolcificante sono principalmente due: il tempo metereologico e i metodi di estrazione. Per la legge italiana il miele non può subire aggiunte di sorta e può essere sottoposto soltanto alle seguenti operazioni: - estrazione dai favi per forza centrifuga - decantazione - filtraggio - cristallizzazione guidata (ossia la modifica dello stato da liquido a solido). C'è da rilevare che i trattamenti termici utilizzati per mantenere il miele allo stato liquido lo privano di molti principi nutritivi. Vanno quindi preferiti i mieli cristallizzati. I principali componenti del miele sono i seguenti: glucosio, fruttosio, acqua e polline. Si rileva poi la presenza di saccarosio, maltosio e altri zuccheri che si formano per attività enzimatica durante la maturazione del prodotto. Non mancano poi i principali aminoacidi essenziali, diverse proteine e molte vitamine (B1, B2, B6, K, C, E). Gli zuccheri sono presenti in qauntità variabile (abbiamo visto che ciò dipende dalla composizione del nettare e da fattori esterni) ma in media intorno al 72%. Tra questi, il fruttosio è sempre il più presente, e, insieme al glucosio, la loro presenza passa dal 70% in alcuni mieli di melata a quasi il 100% in alcuni di nettare. Il fruttosio ha un potere dolcificante maggiore rispetto allo zucchero bianco e apporta energia di qualità migliore perché sfruttabile più a lungo dal nostro organismo. Per tale motivo e per il suo eccezionale apporto energentico (320 cal. per 100 gr. di prodotto) il miele è consigliabile anche agli atleti. Rispetto allo zucchero bianco, inoltre, non provoca un'alterazione del metabolismo dei grassi, con conseguente aumento di peso. Al miele vengono riconosciute moltissime proprietà. Una delle maggiori è senza dubbio quella antibatterica. Ma questo straordinario alimento svolge anche un'azione antibiotica, regola la flora batterica intestinale e vanta proprietà riequilibratrici del sistema nervoso. Gli vengono anche riconosciute proprietà emollienti (è frequente il suo utilizzo nell'ambito cosmetico naturale), diuretiche, sedative e febbrifughe. CONSERVAZIONE Grazie alla qualità di antibatterico naturale, il miele è un alimento che naturalmente ha una lunga conservazione. I fattori che possono incidere negativamente, causando il progressivo indebolimento degli enzimi, e provocare alterazioni sono principalmente tre: umidità, luce e calore. La prima favorisce la fermentazione mentre la temperatura incide direttamente sull'aroma. Lo stesso discorso vale per la luce e, per tale motivo, il miele andrebbe conservato in barattoli scuriti e chiusi a temperatura ermetica. TIPI DI MIELE
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Miele millefiori. Come si intuisce dal nome, deriva da pollini diversi raccolti su una grande varietà di fiori spontanei. Tende a cristallizare presto ma non diventa duro. I mieli millefiori possono essere divisi in due grandi categorie: di pianura e di montagna. I primi, di colore più chiaro, si raccolgono più precocemente e sono preferibilmente da tavola in quanto hanno un odore e un gusto poco pronunciatii; i secondi sono più scuri e aromatici e hanno un gusto più deciso. I mieli millefiori di montagna si raccolgono più tardivamente e inotre, proveniendo da zone meno inquinate, sono più ricchi di sostanze nutritive e trovano impiego anche come coadiuvanti nel trattamento di una serie di patologie polmonari e infezioni intestinali e urinarie;
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Miele di acacia. Di colore chiaro-ambrato e sapore dolce, si caratterizza per il suo gusto delicato e per l'aspetto liquido. Non altera molto il sapore delle pietanze e mantiene a lungo la sua fluidità. Risulta molto utile in caso di infiammzione delle mucose dell'apparato respiratorio e gastrointestinale dei bambini;
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Miele di arancio. Di colore chiaro e gusto delicato, ha proprietà sedative che lo rendono adatto in caso di ansia o insonnia. La sua forte azione cicatrizzante lo rende importante nel trattamento delle ulcere;
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Miele di eucalipto. Aromatico, fine e di colore variabile, si caratterizza per la ricchezza di enzimi in esso contenuti. Ha ottime proprietà espettoranti, antiasmatiche, emollienti, calmanti della tosse. In generale, svolge un'azione antisettica delle via respiratorie e urinarie. E' particolarmente indicato in autunno-inverno per contrastare le tipiche malattie da raffreddamento proprie di tale periodo;
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Miele di tiglio. Aromatico, dal sapore fresco e delicato, si caratterizza per il profumo molto pronunciato. E'indicato in caso di nervosismo o insonnia in qaunto gli si riconoscono proprietà calmanti e antispasmodiche. Risulta ottimo per tisane e bevande, soprattutto nel periodo invernale, dove sviluppa in pieno le proprietà del tiglio.
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Si distinguono due grandi tradizioni alchemiche: quella orientale, sviluppatasi in Cina e strettamente connessa alla medicina tradizionale cinese, e quella occidentale, le cui tracce sono evidenti nell'antico Egitto, in Grecia, nell'Europa occidentale e nel mondo islamico. La tradizione alchemica cinese può essere fatta risalire addirittura al IV secolo a.C. ma fu documentata con certezza per la prima volta nello "Ts'an T'ung Ch'i", opera vergata sotto forma di commentario all'"I-Ching", "Libro delle mutazioni", e scritta verso il 142 a.C. da Wei Po-Yang. Qui l'autore afferma che i contenuti del "Libro delle Mutazioni", delle dottrine taoiste e dei procedimenti alchemici sarebbero null'altro che variazioni di un'unica materia. Secondo Wei Po-Yang il processo alchemico si fonda sulle dottrine dei cinque elementi (acqua, fuoco, legno, oro e terra) e dei due contrari (yin e yang): di questi due, il primo sarebbe associato alla luna e il secondo al sole, e dalla loro dinamica originerebbero gli elementi. Circa un secolo dopo, un altro grande alchimista, Ko Hung detto Pao-p'u-tzu, fornisce il suo contributo allo sviluppo della scienza alchemica fondendola con particolari metodi taoisti destinati alla conquista dell'immortalità, ciò che segnò l'avvio del connubio sempre più stretto tra alchimia orientale e medicina tradizionale cinese. Restando sempre in oriente, pochi sanno che anche in India si sviluppò una rilevante tradizione alchemica. Alcuni testi affermano che gli Indù praticavano una scienza simile all'alchimia chiamata "rasayana" (essenza). La finalità principale consisteva nella ricerca di tecniche per posticipare quanto più possibile la vecchiaia fino al raggiungimento dell'immortalità. Il padre dell'alchimia indiana è considerato Nagarjuna, figura semileggendaria, ritenuto l'autore di alcuni importanti testi alchemici quali il trattato di magia "Kaksaputa Tantra", quello sul mercurio "Rasendramangalam" e il "Susruta Samhita". Fu invece l'antico Egitto, e in particolare la città di Alessandria, il luogo in cui si sviluppò tutto il filone alchemico occidentale e dal quale gli alchimisti occidentali fanno risalire la loro arte. Sfortunatamente non esistono documenti originali egizi sull'alchimia e le uniche testimonianze provengono dalle opere di antichi filosofi greci sopravvissute solamente in traduzioni islamiche. La leggenda vuole che il fondatore della scienza alchemica egizia fu il dio Thot, chiamato Hermes-Thoth o Hermes il tre volte grande (Ermes Trismegisto) dai Greci. Il dio avrebbe scritto i quarantadue libri della conoscenza, a coprire tutti i campi dello scibile umano, fra cui anche l'alchimia. La "Tavola di Smeraldo" di Hermes Trismegistus, nota soltanto attraverso traduzioni greche ed arabe, è considerata alla base della pratica e della filosofia alchemica occidentale. La scuola alchemica egiziana ebbe grande influenza sullo sviluppo della scienza alchemica nell'antica Grecia. Il pensiero della scuola ionica era focalizzato sulla ricerca di un principio unico e originario per tutti i fenomeni naturali. I principali esponenti di questa filosofia furono Talete e Anassimandro, ma un grande impulso alla ricerca in questa direzione fu dato da Platone ed Aristotele, le cui opere finirono per diventare parte integrante della scienza alchemica. Alla base della nuova scienza vi è la nozione di una materia prima che forma l'universo e che può essere spiegata solamente attraverso la filosofia. Fu Empedocle a introdurre poi il concetto, alla base della scuola alchemica greca, secondo cui tutte le cose nell'universo sarebbero formate da quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco. A questi elementi Aristotele aggiunse l'etere, la materia di cui sono formati i cieli e che viene denominata quintessenza. La distruzione del Serapeo e della Biblioteca di Alessandria segnarono la fine del centro culturale greco, spostando il processo dello sviluppo alchemico verso il medio oriente. L'alchimia islamica è molto meglio conosciuta perché ben documentata. Molti dei testi alchemici antichi giunti fino a noi, infatti, si sono preservati come traduzioni islamiche. A importanti alchimisti islamici come al-Razi si devono importanti contributi alla scienza chimica, quali a esempio la tecnica della distillazione, l'acido muriatico, l'acido solforico e l'acido nitrico, oltre alla soda (al-natrun) e al potassio (al-qali), da cui derivano i nomi internazionali di sodio e potassio, Natrium e Kalium. La scuola islamica influenzò notevolmente tutta la scienza alchemica da lì in avanti. Moltissimi infatti sono i termini alchemici derivanti dall'arabo: termini arabi sono infatti alchimia, atanor (fornace), azoth (da azzauq, 'mercurio'), alcool (da al-kohl, 'carbone'), elisir (da el-iksir, 'pietra' filosofale) e alambicco. La scoperta che l'acqua regia, un composto di acido nitrico e muriatico, potesse dissolvere l'oro incendiò l'immaginazione degli alchimisti per il millennio a venire. La scuola alchemica araba influenzò a sua volta la tradizione alchimistica sviluppatasi in tutta l'Europa Occidentale. L'incontro tra la cultura alchimistica araba ed il mondo latino avviene per la prima volta in Spagna tra il secolo X e XI, grazie a Gerberto di Aurillac, divenuto in seguito papa Silvestro II. Il materiale alchimistico contenuto nei testi arabi verrà rielaborato durante tutto il XIII secolo. Alberto Magno (1193-1280) affronta la tematica alchemica nel "De mirabilibus mundi" e, forse, nel "Liber de Alchemia", di incerta attribuzione. A Tommaso d'Aquino (1225-1274) vengono attribuiti alcuni opuscoli alchemici, nei quali è dichiarata la possibilità della produzione dell'oro e dell'argento. Il primo vero alchimista dell'Europa medievale deve essere considerato Roger Bacon (1241-1294) un frate francescano che esplorò i campi dell'ottica e della linguistica oltre ad approfondire gli studi alchemici. Le sue opere, il "Breve Breviarium", il "Tractatus trium verborum" e lo "Speculum Alchimiae", oltre ai numerosi pseudo-epigrafi a lui attribuiti, furono utilizzati da tutti alchimisti a partire dal XV secolo fino ad arrivare al XIX. Alla fine del XIII secolo l'alchimia proseguì il suo sviluppo strutturandosi in un articolato sistema di credenze, grazie anche all'opera di Arnaldo da Villanova (ca. 1240-ca. 1312), con il suo "Rosarium Philosophorum", e soprattutto con Raimondo Lullo (1235-1315), che divenne presto una leggenda per la sua presunta abilità alchemica. Nel XIV secolo lo sviluppo della scienza alchemica conobbe una flessione dovuta all'editto papale, emanato da Giovanni XXII, che vietava la pratica alchemica, ciò che di fatto che scoraggiò gli alchimisti cattolici dal continuare gli studi. Nell'alto medioevo gli alchimisti si concentrarono nella ricerca dell'elisir della giovinezza e della pietra filosofale, considerandole entità separate. In quel periodo molti di loroloro ponevano in relazione la purificazione dell'anima con la trasmutazione del piombo in oro. Questi individui erano visti da molti come maghi e incantatori e per questo perseguitati. Il cinquecento invece vede il formarsi di una vera e propria simbiosi tra magia e medicina, alchimia e scienze naturali, astrologia e astronomia, scienze o credenze parascientifiche che si legano tra di loro in modo spesso inestricabile. Il nome più importante di questo periodo è, senza dubbio, Paracelso, (Theophrastus Bombastus von Hohenheim, 1493-1541), il quale diede una nuova forma all'alchimia, spazzando via un certo occultismo che si era accumulato negli anni e promuovendo l'utilizzo di osservazioni empiriche ed esperimenti tesi a comprendere il corpo umano. Per Paracelso l'alchimia era la scienza della trasformazione dei metalli reperibili in natura per produrre composti utili per l'umanità. La iatrochimica di Paracelso era basata sulla teoria che il corpo umano fosse un sistema chimico nel quale giocano un ruolo fondamentale i due tradizionali principi degli alchimisti, lo zolfo ed il mercurio, ai quali lo scienziato ne aggiunse un terzo: il sale. Paracelso era convinto che l'origine delle malattie fosse da ricercare nello squilibrio tra questi principi chimici e non nella disarmonia degli umori, come pensavano i galenici. Secondo il suo pensiero, dunque, la buona salute poteva essere ripristinata utilizzando rimedi di natura minerale e non di natura organica. La nascita della scienza moderna, con i suoi richiami a rigorose sperimentazioni scientifiche, determinò il definitivo declino dell'alchimia. Nel XVII secolo Robert Boyle (1627-1691) diede l'avvio al metodo scientifico nelle investigazioni chimiche, ciò che di fatto palesò la inutilità delle ricerche alchemiche della pietra filosofale. Anche gli enormi passi avanti compiuti dalla medicina, nel periodo seguente la iatrochimica di Paracelso, supportati dagli sviluppi paralleli della chimica organica, diedero un duro colpo alle speranze dell'alchimia di reperire elisir miracolosi, mostrando l'inefficacia se non la tossicità dei suoi rimedi. Ridotta ad un arcano sistema filosofico, scarsamente connesso al mondo materiale, l'alchimia subì lo stesso destino di altre discipline esoteriche quali l'astrologia e la cabala, fu esclusa dagli studi universitari e ostracizzata dagli scienziati, finendo nel campo della superstizione. Dopo aver goduto per più di duemila anni di un così grande prestigio intellettuale e materiale, l'alchimia uscì in questo modo, dalla porta posteriore, dal pensiero occidentale.
L'Alchimia era un'antica pratica che combinava tra loro elementi di chimica, fisica, astrologia, arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo e religione. L' obiettivo principale degli alchimisti era la trasformazione dei metalli in oro attraverso la Pietra Filosofale, mitica sostanza o pietra che avrebbe reso possibile tale miracolo. E, sempre attraverso la Pietra Filosofale, essi sarebbero anche stati in grado di scoprire la cura per tutti i mali, ossia il rimedio che avrebbe curato tutte le malattie e prolungato indefinitamente la vita umana. In un certo qual senso, l'alchimia può essere considerata come il precursore della chimica moderna prima della formulazione del metodo scientifico.
Il termine alchimia deriva dall'arabo al-kimiya o al-khimiy, che è probabilmente composto dall'articolo al- e la parola greca khumeia che significa "fondere", "colare insieme". Un'altra etimologia collega la parola con Al Kemi, che significa "l'arte egizia", dato che gli antichi egiziani chiamavano la loro terra Kemi ed erano considerati potenti maghi in tutto il mondo antico. Il vocabolo potrebbe anche derivare da kim-iya, termine cinese che significa "succo per fare l'oro".
Da un punto di vista filosofico, la trasmutazione dei metalli di base in oro simbolizzava il tentativo di arrivare alla perfezione e superare gli ultimi confini dell'esistenza. Gli alchimisti, infatti, credevano che l'intero universo stesse evolvendo verso uno stato di perfezione, e l'oro, per la sua intrinseca natura di incorruttibilità, era considerato la più perfetta delle sostanze. Era anche logico pensare, dunque, che riuscendo a svelare il segreto dell'immutabilità dell'oro si sarebbe ottenuta la chiave per vincere le malattie e addirittura la morte.
Fino al XVIII secolo, l'alchimia era considerata una vera e propria scienza e, in Europa, annoverò tra i suoi studiosi molti eminenti personalità: da Isaac Newton a Ruggero Bacone, da San Tommaso d'Aquino a Tycho Brahe, fino ad arrivare a Thomas Browne, e al Parmigianino. Con la nascita della chimica moderna, nel XIII secolo, e l'avvento del materialismo razionale la scienza alchemica cominciò la sua parabola discendente.
E' interessante a questo punto accennare al processo che, secondo gli alchimisti, avrebbe portato alla trasformazione dei metalli in oro.
L'"opus alchemicum" per ottenere la pietra filosofale avveniva mediante sette procedimenti, divisi in quattro operazioni, Putrefazione, Calcinazione, Distillazione e Sublimazione, e tre fasi, Soluzione, Coagulazione e Unione.
Attraverso queste operazioni la "materia prima", mescolata con lo zolfo ed il mercurio e scaldata nella fornace ("atanor"), si trasformerebbe gradualmente, passando attraverso vari stadi, contraddistinti dal colore assunto dalla materia durante la trasmutazione.
Il numero di queste fasi, variabile da tre a dodici a seconda degli autori di trattati alchimistici, è legato al significato magico dei numeri.
I tre stadi fondamentali sono:
- nigredo o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi;
- albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi;
- rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo stadio finale.
Inoltre, gli alchimisti basavano la loro scienza su un principio centrale, detto "Principio di Scambio Equivalente": per ottenere una sostanza di un determinato valore, bisognava sacrificare una medesima quantità di un'altra sostanza di medesimo valore. La Pietra Filosofale tanto agognata dagli alchimisti ha, in tal senso, grandissimo valore in quanto permette di disobbedire a questo principio fondamentale.
Continua
ORIGINI E VARIETA'
Originaria della Manciuria, regione della Cina nordorientale, la soia è il legume alla base dell'alimentazione dei popoli dell'estremo oriente. Coltivata in passato esclusivamente in quella parte di mondo, oggi si sta diffondendo anche in occidente. Vi sono diverse varietà di soia e la più diffusa in Italia è la varietà a seme giallo, molto versatile e utilizzata soprattutto per la produzione di tofu, il famoso formaggio di soia. In commercio possiamo trovare però anche la soia verde, detta "mung", e quella rossa, chiamata con il nome giapponese "azuki". Alcuni contestano l'appartenenza degli "azuki" alla famiglia della soia, affermando invece che essi appartengono alla famiglia dei fagioli. Le varietà di soia verde e rossa richiedono particolari tecniche di coltivazione e, per tale motivo, hanno un costo più elevato rispetto a quella gialla. Per completezza, va detto che in Giappone si coltiva anche la soia nera.
PROPRIETA'
La soia è un legume e come tale contiene proteine, grassi, fibre, vitamine, minerali e zuccheri. Essa si distingue però dai tradizionali legumi per la qualità e quantità delle proteine e dei grassi in essa contenuti. Il contenuto in proteine della soia, infatti, è pari a circa il 40%, percentuale superiore a qualsiasi altro legume e a quella apportata in media dagli altri alimenti. Da un punto di vista qualitativo, queste proteine contengono tutti e otto gli aminoacidi essenziali per l'uomo, ossia quegli aminoacidi che il nostro organismo non è in grado di produrre autonomamente.
Anche il contenuto in grassi è elevato: ben il 20%. Ma questo dato va letto nella giusta prospettiva: i grassi della soia sono per il 90% insaturi e, come tali, riducono il colesterolo nel sangue e svolgono un'azione preventiva contro l'arteriosclerosi. In aggiunta a ciò, gli acidi grassi insaturi proteggono in generale tutte le strutture dell'organismo, come ad esempio le membrane cellulari e il rivestimento cutaneo, risultando dunque fondamentali coadiuvanti nella prevenzione della morte precoce delle cellule, nel trattamento delle dermatiti e della secchezza e desquamazione dell'epidermide.
Importante è anche il contenuto in fibre della soia. Le fibre aiutano infatti a controllare i livelli di colesterolo e di glicemia, agendo favorevolmente anche sulle funzioni dell'intestino.
LA SOIA E I SUOI DERIVATI
Molti sono gli alimenti che si ricavano dalla soia. Distinguiamo due grandi categorie: alimenti fermentati e alimenti non fermentati. Tra i primi ricordiamo lo shoyu, il tamari, il miso e il tempeh. Tra i secondi annoveriamo il latte di soia, il tofu, lo yuba e i moyashi. Nel nostro paese l'alimento più diffuso è senz'altro il tofu ma riscuotono un certo successo anche gli alimenti derivanti dalla trasformazione del fagiolo per ottenere la “carne di soia” (“bistecche” e “spezzatino”).
Vediamo ora brevemente gli alimenti di cui sopra, cominciando dai derivati dalla soia fermentati.
Lo shoyu è una salsa delicata di soia. Leggermente salata e dal sapore aspro, essa deriva dalla fermentazione dei fagioli di soia, grano, acqua e sale. Il consumo di shoyu apporta all'organismo una importante quantità di vitamine, enzimi, fermenti e lieviti, tutti elementi fondamentali per mantenere l'equilibrio della flora batterica intestinale e per favorire la digestione. Si usa prevalentemente per condire verdure e cereali.
Il tamari è una salsa di soia dal sapore più deciso rispetto allo shoyu. Si ottiene dalla fermentazione dei fagioli sdi soia, acqua e sale marino, senza il grano. Ricchissimo di proteine, sali minerali ed enzimi, il tamari viene prevalentemente utilizzato per condire insalate, cereali, verdure, legumi, alghe e zuppe.
Il miso è una crema di soia ottenuta dalla fermentazione di fagioli di soia, cereali e sale. Ricco di enzimi, importanti per mantenere l'equilibrio della flora batterica intestinale, il miso si caratterizza per il rilevante contenuto in proteine, vitamine e sali minerali. Si utilizza, aggiunto a fine cottura, per condire zuppe, verdure e cereali cotti.
Il tempeh si presenta invece sotto forma di panetto. Esso deriva dalla fermentazione della soia lasciata macerare in acqua per alcune ore e poi bollita con un pezzetto di tempeh ottenuto da precedenti lavorazioni. Molto ricco di proteine facilmente digeribili, il tempeh è diffuso in estremo oriente e, solo negli ultimi anni, è stato introdotto anche in Italia.
Passiamo ora agli derivati dalla soia non fermentati.
Il latte di soia, nelle lavorazioni tradizionali, si ottiene dalla soia gialla bollita e poi strizzata. Alcuni sostengono che il suo sapore si avvicini molto a quello del latte vaccino. Da più parti si sostiene poi che la qualità del latte di soia sia superiore a quella del latte vaccino, se non altro per la presenza nel primo di soli grassi insaturi, che non contengono colesterolo. Si tratta di un alimento ricco di proteine, carboidrati, lipidi, ferro, fosforo, calcio, potassio e vitamine.
Scaldando il latte di soia fino a una temperatura di poco inferiore a quella di ebollizione, si ottiene una pellicola dalla cui essiccazione si ricava lo yuba, un alimento ancora poco diffuso in Europa.
Il più famoso derivato dalla soia è senz'altro il tofu (dal giapponese to-fu, “carne senza ossa”), alimento principe in molti paesi orientali. Ricchissimo di proteine, è invece povero di grassi e privo di colesterolo. Può essere utilizzato in moltissimi modi e si presta a numerosissime lavorazioni. Dal tofu tradizionale, attraverso una serie di tecniche specifiche, si ottiene il tofu secco, riccho di proteine e con un contenuto in grassi ancora minore rispetto al tofu tradizionale.
I moyashi, o germogli di soia, rappresentano una delle verdure più utilizzate nell'estremo oriente. Essi si ottengono mettendo a bagno i fagioli di soia (preferibilmente di tipo verde) e facendoli germogliare in un luogo buio a una temperatura di circa 22 gradi, tenendoli costantemente umidi. Da consumare preferibilmente crudi, i moyashi sono ricchi di vitamine, enzimi, oligoelementi e aminoacidi. Sono inoltre facili da digerire, privi di scarti, economici e di semplice conservazione.
Tra gli integratori alimentari sviluppatisi negli ultimi anni, un certo successo l'ha ottenuto la lecitina di soia, una miscela di vari grassi formata in prevalenza da fosfolipidi. Questi ultimi intervengono in molteplici processi metabolici importanti e conferiscono quindi all'alimento la capacità di eliminare i depositi di grasso dalle pareti dei vasi sanguigni, svolgendo dunque un importante ruolo nella prevenzione dell'arteriosclerosi e nella riduzione del tasso di colesterolo nel sangue.
Probabilmente non tutti conoscono la controversa figura delle Herbarie, ossia quelle donne che, in epoca antica, erano esperte nell'uso delle piante officinali.
Prima della repressione posta in atto dalla Chiesa cattolica attraverso la Santa Inquisizione, le Herbarie erano considerate le custodi dei segreti delle virtù delle erbe e godevano di un certo prestigio e rispetto in seno alle società rurali. Una febbre che non scendeva? Un ematoma di origine sconosciuta? Un'infezione grave? Si andava dall'Herbaria, la guaritrice della comunità. In realtà, la figura delle Herbarie è stata sempre circondata da un alone di diffidenza misto a timore. In particolare, gli uomini temevano moltissimo le guaritrici, esperte nell'uso di tutte le erbe, sia quelle in grado di curare, sia quelle in grado di...avvelenare.
Erano epoche in cui la superstizione oscurava le menti e i cuori degli uomini. Fu così che la figura dell'Herbaria venne accostata sempre più alle misteriose e proibite pratiche sataniche. Vi sono numerosi esempi letterari che testimoniano l'accostamento donne d'erbe/demonio. Si pensi che già nel "Cactus Alemannorum", del VII secolo a.c., la strega che vagava di notte per compiere i suoi diabolici malefici era indicata come Herbaria. Queste credenze popolari andarono radicandosi sempre più fino all'avvento dell'epoca della caccia alle streghe.
Furono anni bui e dolorosi durante i quali la Santa Inquisizione condannò al rogo (o affidò all'affilata lama del boia...) un gran numero di donne, molte delle quali erano donne d'erbe. Le accuse? Stregoneria e pratiche demoniache. Con l'avvento della Controriforma, la medicina popolare fu bollata come mera superstizione e, sostanzialmente, messa al bando a favore della cosiddetta medicina accademica. La Chiesa assunse il ruolo di sorvegliante dell'attuazione delle pratiche terapeutiche e quindi anche dell'uso delle erbe officinali. La pratica medica, vietata agli ebrei e ai chierici, fu proibita anche alle donne e la figura delle Herbarie fu oggetto di una propaganda repressiva che accentuò il presunto carattere demoniaco delle loro conoscenze. Le preparazioni medicamentose delle donne d'erbe furono accostate con frequenza via via maggiore all'aggettivo “venefiche”, per accentuarne l'origine demoniaca. Certo, non si può negare che le donne d'erbe utilizzassero anche piante velenose o allucinogene (si pensi alla "datura stramonium", detta "erba del diavolo", alla "cicuta" o alla "belladonna", quest'ultima detta "erba delle streghe"), ma anche la medicina ufficiale fino al secolo scorso ha utilizzato piante di cui, in seguito, è stata accertata la tossicità, avolte perfino mortale. Ad ogni modo, il risultato della campagna repressiva fu la relegazione delle guaritrici ai margini della società: temute, malviste e fuorilegge.
Ma, in fondo, chi erano queste donne la cui figura fu così osteggiata nei secoli passati? Possiamo dire che la maggior parte delle Herbarie furono donne con una profonda conoscenza di quelle che oggi chiamiamo farmacologia e scienza erboristica. Esse sapevano raccogliere e trattare le erbe nei tempi e nei modi più idonei per preservare l'efficacia dei principi attivi. Le Herbarie conoscevano le "virtutes herbarum" e ne sapevano utilizzare sapientemente le proprietà terapeutiche.
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